C’erano una volta i meteoropatici, le persone che subivano sbalzi comportamentali e psicologici a causa dei cambiamenti climatici. Con gli anni questa forma elaborata di ansia da stress si è evoluta e, da qualche anno, gli specialisti della mente sono stati costretti ad aggiornarsi di fronte a un disturbo che è stato ribattezzato – magari in modo un po’ semplicistico – eco-ansia. 

Una generazione di ansiosi

Stando alle stime dei professionisti, psichiatri, psicologi e analisti, il 14% della popolazione delle comunità più evolute, quelle cioè legate a commercio, scambio di denaro e di beni e globalizzazione, soffre di depressione e di ansia. Un disturbo che diventa ricorrete nelle grandi città dove la competizione per la produzione e il benessere ha raggiunto livelli di guardia. Ma che cosa c’entra l’ambiente?

L’ambiente ci deprime

I primi a parlare di eco-ansia, già nei primi anni duemila sono stati francesi con una serie di studi affidati ad alcuni prestigiosi istituti psichiatrici. Uno dei più importanti specialisti in questo senso è Jean-Pierre Le Danff che da almeno una decina di anni sta cercando di analizzare un fenomeno in rapida diffusione: “È una forma di ansia che colpisce soprattutto le persone particolarmente attente ai problemi dell’ambiente. Non è solo una questione di sensibilità o di instabilità soggettiva. La battaglia per migliorare le condizioni ambientali genera stress, impotenza, rabbia e frustrazione”. 

Ed è solastalgìa…

Le Danff ha anche sposato un termine che è entrato nei vocabolari medici ormai giù da qualche anno, “solastalgìa”: si tratta di una forma di stress psichico o esistenziale causato dai cambiamenti ambientali. Il primo ad averne perfezionato il concetto, già nel 2003 fu il filosofo australiano Glenn Albrecht, un ricercatore molto vicino ai temi ambientalisti. I suoi studi avevano approfondito le relazioni sociali e le dinamiche psicologiche in una piccola comunità di minatori. 

Il forte inquinamento, la precarietà delle condizioni del lavoro, la nostalgia per il patrimonio ambientale perduto e i sensi di colpa avevano creato una forma di ansia cronica che in qualche caso ha portato a una grave forma di depressione. Stati d’animo che chi vive in città conosce solo relativamente perché, di fatto, la sua memoria non ha un termine di paragone. Non ha la “memoria della natura” che solo chi ha qualcosa, e lo perde irrimediabilmente, può rimpiangere. 

Lo stress da ambiente snaturato

La solastalgìa è diventata eco-ansia in modo un po’ più generalista solo per una questione pratica: ma intanto è stata riconosciuta come patologia esistente anche dalla OMS, l’organizzazione mondiale della sanità. Qualcosa di diverso e di più complesso rispetto alle solite dinamiche di chi vive l’ansia da prestazione professionale: lo stress deriva da un impoverimento personale e sociale, dalla mancanza di prospettive, dal compromesso legato a un salario da portare a casa a costo di snaturare la propria vita e il proprio ambiente. 

Eco-Ansia, solo ora tutti ne parlano

Le Danff viene considerato con maggiore attenzione solo da poco tempo: “Per molti anni ho avuto la sensazione di predicare nel deserto poi, negli ultimi dodici-diciotto mesi sono stato preso d’assalto da organizzatori di forum, convegni, tavole rotonde. Pare che tutti si siano resi conto che siamo di fronte a un’altra grave emergenza che fino a oggi è stata sottovalutata e che non sappiamo ancora come affrontare”.

Come qualsiasi altra forma di stress e di ansia anche la solastalgìa si cura in due soli modi: con i farmaci e un lungo percorso di analisi. Ma è dura trovare chi dia assistenza se i primi che rifiutano questo genere di approccio sono proprio i terapisti: “Per molti anni è stato difficile anche solo cercare un dialogo, ora di fronte a un rischio sanitario serio che investirà con forza soprattutto i più giovani, si sta cercando di correre ai ripari – conclude Le Danff – sperando che non sia troppo tardi”. 

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