Il problema dello smaltimento dei rifiuti è un tema molto importante, soprattutto oggi: la quantità di scorie prodotte infatti è in continuo aumento, tanto che si necessita sempre di più la creazione di nuovi spazi dedicati allo smaltimento.

Se si riuscisse a raggiungere una raccolta differenziata efficiente, unita a un’economia circolare all’interno della quale tutti i tipi di rifiuti vengono riutilizzati per nuovi scopi, non ci sarebbe più la necessità di continuare ad utilizzare i canonici metodi di smaltimento.

Dato che il raggiungimento di questo tipo di economia è ancora abbastanza lontano e necessita ancora di numerosi interventi e modifiche all’interno della produzione e del consumo, la soluzione più utilizzata rimane quella di bruciare i rifiuti in inceneritori o termovalorizzatori.     

La differenza tra inceneritore e termovalorizzatore sta nel fatto che quest’ultimo è in grado di convertire il calore sprigionato dalla combustione dei rifiuti in energia elettrica o acqua calda, a seconda di come sia strutturato l’impianto.

Sebbene i termovalorizzatori sembrano una soluzione efficiente al problema dell’accumulo di rifiuti, è bene specificare che alcuni esperti non ne incentivano la costruzione di nuovi; infatti, è molto più economico avere un unico grande inceneritore rispetto a tante piccole unità, poiché in questo modo vengono ridotti i costi di manutenzione. 

Per capire a fondo che differenza c’è tra inceneritore e termovalorizzatore, è utile conoscere quali sono i pro e i contro di questa soluzione approfondendo il funzionamento e i risultati offerti da entrambe le macchine.  

Inceneritore rifiuti

L’inceneritore di rifiuti è un impianto industriale di incenerimento che smaltisce i rifiuti tramite la combustione: la temperatura raggiunta sono molto alte, tra gli 850°C e i 1050°C.

Il processo libera un composto gassoso, all’interno del quale è possibile trovare diossine, furani, pm10, pm2,5, ceneri e polvere. Per questo motivo, il processo di combustione va continuamente sorvegliato, per evitare che queste sostanze si diffondano in maniera incontrollata nell’ambiente circostante.

Gli inceneritori, per funzionare correttamente, devono rispettare precise normative europee, soprattutto in merito alla tipologia di rifiuti che è possibile smaltire al loro interno. I rifiuti si dividono principalmente in due macro-categorie: 

  • Rifiuti solidi urbani: si tratta di rifiuti di piccole dimensioni prodotti quotidianamente dalla popolazione, come per esempio imballaggi, stoviglie di plastica, piccole quantità di carta.
  • Rifiuti speciali non pericolosi: sono invece prodotti da alcune aziende. Possono essere per esempio gli scarti di attività di costruzione o demolizione, veicoli o macchinari ormai inutilizzati oppure rifiuti prodotti da ospedali e case di cura. 

Prima della combustione, vengono separate le parti non combustibili, come ad esempio gli inserti in vetro o in metallo. Non sono ammessi all’interno degli inceneritori i rifiuti pericolosi, ossia quelli che possono rappresentare nell’immediato o col passare del tempo un pericolo per la salute dell’uomo e dell’ambiente, ai quali spetta un particolare metodo di smaltimento a loro dedicato. Tra questi, rientrano i rifiuti combustibili, tossici, cancerogeni e reattivi. 

Una volta comprese le varie differenze presenti tra i rifiuti, è utile spiegare come funziona un inceneritore: una volta arrivato il carico di materiali da smaltire già precedentemente controllato, avviene la combustione.

L’inceneritore al suo interno è dotato di un forno con griglie mobili, le quali permettono il continuo movimento dei rifiuti. Viene poi incanalata dell’aria in modo tale che il fuoco abbia la quantità giusta di ossigeno per essere alimentato.

Le scorie prodotte dalla combustione sono raccolte in vasche piene di acqua e successivamente smaltite in particolari discariche. Per quanto riguarda invece i fumi, essi vengono filtrati attentamente e in seguito rilasciati nell’atmosfera.

Inceneritori in Italia

Gli inceneritori attivi in Italia senza recupero di energia sono pochi e si trovano prevalentemente al sud; essi si trovano a Colleferro (Roma), a Gioia Tauro (Reggio Calabria), a Capoterra (Cagliari), a Melfi (Potenza) e a Statte (Taranto). Esistono poi altri piccoli impianti che, non superando le 100 tonnellate all’anno di rifiuti smaltiti, sono destinati a scomparire. 

Al Nord invece sono presenti perlopiù termovalorizzatori che convertono il calore prodotto in energia elettrica o acqua calda. Il numero degli inceneritori al sud è quindi esiguo; questo ha causato l’esportazione di rifiuti verso gli impianti presenti al nord e il conseguente arricchimento di ditte di trasporto e delle municipalizzazioni comunali del settentrione.

Infatti, vista la crescita della raccolta differenziata al nord, gli impianti di combustione dei rifiuti stanno vivendo un momento di crisi, superato grazie all’arrivo di materiali da smaltire, ovviamente a pagamento. Si calcola che il sud perda circa 70 milioni di euro per compiere questa operazione. 

Termovalorizzatore

Una tipologia differente di inceneritore è il termovalorizzatore: il suo funzionamento si basa sempre sulla combustione dei rifiuti ad alte temperature, ma rispetto all’inceneritore, compie un passaggio ulteriore: infatti il calore rilasciato dalla combustione viene impiegato nella produzione di energia elettrica. 

Vediamo nel dettaglio cos’è il termovalorizzatore e il suo funzionamento. È possibile dividere il processo in 4 fasi: 

  • Raccolta e stoccaggio dei rifiuti: essi sono inseriti all’interno di un forno a 1000°C circa con l’aiuto di una gru.
  • Combustione: i rifiuti vengono bruciati e viene rilasciato vapore acqueo, utilizzato successivamente per la produzione di energia elettrica.
  • Raccolta dei fumi: i rifiuti gassosi emessi dalla combustione vengono raccolti in una caldaia e vengono trattati. In questo modo verrà ridotto il loro potere inquinante. Vengono eliminati diossina e gas pesanti e poi, i fumi così alleggeriti, vengono liberati nell’atmosfera. 
  • Conversione del calore in energia elettrica: il calore prodotto dalla combustione fa bollire l’acqua presente all’interno di una caldaia, generando vapore. Questo poi mette in moto una turbina che trasforma l’energia termica in elettrica. Alcuni termovalorizzatori vengono utilizzati per il teleriscaldamento, ossia un metodo di riscaldamento dell’acqua che viene poi convogliata nei sistemi di riscaldamento delle abitazioni. 

Sebbene il processo di termovalorizzazione possa rientrare nella ricerca di metodi di produzione di energia più puliti, è opportuno sottolineare che non è completamente privo di emissioni inquinanti.

Per questo motivo, è bene considerare il fatto che in un futuro molto prossimo la soluzione migliore sarà quella di ridurre totalmente la quantità di rifiuti prodotti, a favore di un’economia circolare basata sul riuso totale dei materiali.

Termovalorizzatori in Italia

Il settore del termovalorizzatore in Italia è abbastanza sviluppato: si calcola infatti che esistano circa 53 impianti attivi di questo tipo sul territorio italiano.

La maggior parte di essi si trova al Nord, in particolare in Lombardia, ma una cospicua parte si trova anche in Toscana. Al Sud invece, solo il termovalorizzatore di Acerra (Napoli) ha dimensioni abbastanza considerevoli. 

L’utilizzo di termovalorizzatori è molto dibattuto, in quanto alcuni esperti li ritengono solamente un modo provvisorio per ridurre la quantità di rifiuti nelle discariche: per questo non tutti ne incentivano la costruzione. Nonostante ciò, questo tipo di impianto è molto diffuso in alcune zone dell’Europa, quali la Svezia, la Danimarca, la Germania e la Svizzera; quest’ultima Nazione elimina il 100% dei rifiuti grazie alla combustione.

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