Gli studi sociali degli ultimi trent’anni sono drammaticamente cambiati e hanno evidenziato come per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale la vita sia sempre più incerta, problematica, soggetta a improvvisi mutamenti. È più lunga, questo è certo, soprattutto nella metà del mondo che ha fruito dei progressi medici e delle scoperte farmaceutiche. Ma per tutti gli altri è battaglia, soprattutto a causa dei mutamenti climatici.

Mutamenti climatici e le migrazioni

Fino al secolo scorso le cause delle grandi migrazioni di massa erano legate a eventi drammatici che potevano essere guerre, persecuzioni, aspre tensioni sociali in territori dove convivevano tante minoranze di etnia e religione differente: nell’arco dei secoli si sono contati a centinaia gli eccidi, le persecuzioni, le pulizie etniche. Il secondo fattore che portava intere generazioni a cercare fortuna altrove, in qualunque modo possibile, erano le carestie o la cessazione di condizioni di sviluppo quasi sempre legato all’esaurimento delle fonti minerarie, a cominciare da rame e carbone. Oggi un fattore che è diventato preponderante nel generare migrazioni che spesso hanno esiti tragici sono i mutamenti climatici.

Le aree colpite dai mutamenti climatici cancellano la vita

Proprio in questi giorni a Madrid è in corso il COP25, il grande vertice organizzato dall’ONU sull’ambiente e le emergenze ambientali che fino al 13 dicembre vedrà a convegno nei padiglioni della fiera della capitale spagnola oltre tremila delegati provenienti da tutto il pianeta. Tra i tanti argomenti che sono al centro dell’attenzione generale c’è per esempio l’estensione dell’area monsonica a nord dell’Equatore che investe una vastissima area africana che a causa del cambiamento climatico e dell’aumento delle temperature rischia di perdere qualsiasi potenzialità in ambito agricolo e di allevamento. Un’intera distesa che andrà desertificandosi spingendo comunità di migliaia di persone ad andare altrove per sopravvivere.

Ogni anno 20 milioni di persone lasciano la propria casa

Questo è solo uno degli esempi concreti reso noto dalla Oxfam, la Oxford Committee for Famine Relief, prestigiosa e autorevole organizzazione non governativa nata nel 1942 che si occupa proprio di studiare strategie che possano ridurre fame, povertà e disuguaglianza sociale. Il continente più a rischio a causa dei mutamenti climatici è ovviamente quello africano di tutta la zona subsahariana ed equatoriale perché in questo caso i fattori che entrano in conflitto sono purtroppo tanti: non solo la povertà, la carestia e i problemi legati all’impoverimento dell’ambiente ma anche drammatiche tensioni sociali e civili, spesso nemmeno conosciute al cosiddetto ‘mondo evoluto’.

Ma anche in Australia, Sudamerica e in numerose zone dell’Europa dell’Est e del SudEst asiatico l’emergenza si avverte in modo chiaro. Secondo il rapporto Oxfam le catastrofi naturali alimentate dal cambiamento climatico sono aumentate di 5 volte negli ultimi dieci anni e hanno costretto oltre 20 milioni di persone ogni anno a lasciare le proprie case per trasferirsi altrove con mezzi di fortuna. In Italia sappiamo molto bene che questo genere di viaggi della speranza finiscono nel modo più tragico.

Come i disastri climatici azzerano il tessuto sociale e civile

Il dossier Oxfam evidenzia dati significativi: inondazioni o incendi su vasca scala provocano più vittime di un terremoto o di un’eruzione vulcanica. Il rapporto è uno a sette e cresce solo se viene paragonato alle guerre o ai conflitti civili, uno a tre. Si è parlato molto degli incidenti in Amazzonia ma non dei roghi che hanno devastato aree enormi dell’outback australiano. Elena Baciotti è responsabile di Oxfam Italia: “Ci sono responsabilità politiche molto chiare se consideriamo che l’Unione Europea e gli Stati Uniti sono responsabili, solo sulla base delle proprie scelte di oltre la metà (54%) del costo dei danni causati dalla crisi climatica nel Sud del mondo. Per invertire questa tendenza è essenziale che Madrid sia occasione di incontro e di accordo una volta per tutte e che i Governi si impegnino in supporto dei paesi poveri, con l’istituzione di un nuovo fondo per l’adattamento al cambiamento climatico”.

Resta poi la grande sfida, quello dell’abbattimento di CO2 e gas serra sul cui limiti i grandi paesi continuano a litigare: “Non ci sono alternative – conclude Baciotti – è essenziale che l’Italia e altri Paesi si impegnino in una drastica riduzione della CO2 per giungere all’azzeramento delle emissioni di gas serra entro il 2030 e chiediamo con forza al Governo italiano di esporsi con un profilo più alto anche in ambito internazionale”.

Per invertire questa tendenza è essenziale che Madrid sia occasione di incontro e di accordo una volta per tutte e che i Governi si impegnino in supporto dei paesi poveri, con l’istituzione di un nuovo fondo per l’adattamento al cambiamento climatico”. Resta poi la grande sfida, quello dell’abbattimento di CO2 e gas serra sul cui limiti i grandi paesi continuano a litigare: “Non ci sono alternative – conclude Baciotti – è essenziale che l’Italia e altri Paesi si impegnino in una drastica riduzione della CO2 per giungere all’azzeramento delle emissioni di gas serra entro il 2030 e chiediamo con forza al Governo italiano di esporsi con un profilo più alto anche in ambito internazionale”.

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