Una parola nuova ma non troppo: chi ha avuto modo di vivere o di lavorare per qualche tempo in Inghilterra avrà sicuramente sentito parlare di “upcycling”. Il termine è stato coniato una decina di anni fa ed è diventato rapidamente di utilizzo comune grazie anche al fatto che sono stati molti gli influencer che hanno dato risalto a questo concetto sia sui media tradizionali che su blog e riviste on line.

Ma che cosa significa upcycling?

È un neologismo, qualcosa che la lingua inglese che si presta moltissimo a questo genere di cose, non prevedeva: ed è un termine che difficilmente può essere reso in lingua italiana. Letteralmente è un gioco di parole che dal ri-ciclo porta al sur-riciclo, e quindi al riutilizzo di materiali destinati alla discarica che diventano qualcosa di nuovo ed esclusivo ma anche di valore maggiore rispetto a quello che il materiale in origine rappresentava. Produrre carta dalla carta da macero è un processo ormai consolidato e certo non innovativo: ma produrre penne griffate da bottiglie di plastica riciclata è upcycling, così come vecchio materiale PVC può diventare una pista di pattinaggio, o un parco giochi per bambini.

Gli utilizzi dei materiali inerti possono essere infiniti: esistono studi interessantissimi sotto questo aspetto e ci sono tante aziende che stanno fatto fortuna sul riciclaggio e quindi, letteralmente, sulla spazzatura. Upcycling è un termine che porta a un livello superiore il riutilizzo rendendolo strumento di ricchezza e di marketing. Da alcuni anni la parola è entrata a far parte del linguaggio comune ed è stata inserita anche nei vocabolari di inglese, un po’ come succede da noi con tanti neologismi che nel corso degli anni diventano di uso comune, degni di essere citati dallo Zingarelli.

Perché il Cambridge English onora l’Upcycling

Se in Italia la massima autorevolezza nell’ambito della lingua italiana è l’Accademia della Crusca, pronta a bacchettare l’utilizzo mediatico errato o forzato di moltissimi termini usati a sproposito, questo stesso ruolo viene ricoperto in Inghilterra dal Cambridge University Press Dictionary, un’istituzione antichissima e di grande fascino che nel corso dei secoli ha arricchito il panorama e il patrimonio della lingua più diffusa del mondo.

Ogni nuovo termine viene analizzato, verificato, approvato o scartato e poi testato con gli utenti. I tempi sono cambiati: oggi il primo dizionario che si apre non è il voluminoso tomo che ci riporta a termini, pronunce e significati ma un link on line. Quindi gli editor del Cambridge English, che da oltre 80 anni opera nel nostro paese come ente certificatore del livello di lingua inglese, lavorano molto anche sugli account social. E gli utenti di Instagram del dizionario non hanno avuto dubbi nel nominare il termine Upcycling o “la parola per eccellenza del 2019”.

Anche le parole si evolvono e diventano Upcycling

Per arrivare a questo processo la parola Upcycling è stata ovviamente verificata: non si sa chi l’abbia coniata o utilizzata per primo. Come spesso accade è fiorita sui blog e sui social e a poco a poco è diventata virale. Nel 2010 era stato uno dei termini più cercati in assoluto su Google e proprio per questo il Cambridge English aveva deciso di inserirlo tra i termini del proprio patrimonio linguistico. In soli nove anni diventa anche la parola più significativa.

È bello pensare che a tanto interesse corrisponda anche una nuova coscienza collettiva sul fronte del riutilizzo intelligente e virtuoso dei materiali: soprattutto da quando si è capito che riciclare moltissimo è del tutto inutile se poi tutto quello che viene raccolto finisce in discarica senza alcun riutilizzo o, peggio ancora, viene confuso con tutto il resto. L’Upcycling è un’azione estremamente virtuosa che in definitiva chiunque può compiere anche in casa propria: trasformando parte del proprio umido in concime, rigenerando vecchi capi di abbigliamento.

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