La seconda falda acquifera più grande d’Europa si trova in Italia, in Veneto per la precisione, ma invece di rappresentare una ricchezza è oggi una delle emergenze ambientali più preoccupanti che bisognerebbe affrontare. Lo denuncia l’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente, Isde, che ha presentato alla Camera dei Deputati un “Position paper” nel quale sono contenuti piani di azione per interventi immediati.

Quella del Veneto è un’emergenza nota da almeno il 2013, quando è stata accertata una contaminazione da Pfas dovuta allo sversamento continuo degli scarti di produzione dell’azienda Miteni di Trissino. Tre province, Verona, Vicenza e Padova, sono interessate dall’inquinamento prodotto dall’azienda oggi sotto processo, e 500mila cittadini sono a serio rischio salute. 

Dove sono contenute le sostanze Pfas

Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) sono composti organici formati da una catena alchilica di lunghezza variabile (in genere da 4 a 14 atomi di carbonio) totalmente fluorurata e da un gruppo funzionale idrofilico, generalmente un acido carbossilico o solfonico. Le molecole più utilizzate e studiate di questa famiglia sono l’acido perfluoroottanoico (PFOA) e l’acido perfluoroottansolfonico (PFOS).

I PFAS sono stati quindi utilizzati a partire dagli anni ’50 come emulsionanti e tensioattivi come componenti di detergenti, insetticidi, ma anche per realizzare rivestimenti protettivi, schiume antincendio e vernici. Vengono utilizzati anche nella lavorazione di capi d’abbigliamento impermeabili, o in pellicole fotografiche e superfici murarie, e in materiali per la microelettronica. 

La contaminazione della falda veneta, secondo i medici dell’Isde, impone come interventi più urgenti da attuare per contenere il disastro: una mappatura completa dei pozzi privati, una legge nazionale che imponga alle aziende di dosare le Pfas prima che i fanghi di depurazione siano sparsi sui terreni agricoli come fertilizzanti. 

A questi interventi andrebbero ad aggiungersi studi epidemiologici da mettere a disposizione della comunità scientifica. L’obiettivo è portare il limite di Pfas in acqua allo zero. 

Nessuna sanzione per chi possiede pozzi inquinati

C’è anche una contraddizione pericolosa nell’attuale gestione dell’emergenza in Veneto. Sono gli stessi medici dell’Isde a denunciarla nel Position Paper, ovvero l’assenza di una sanzione per i privati che non autodenunciano la proprietà di pozzi. 

Anche se le spese delle analisi sono a carico dei privati, in caso di sforamento dei limiti di Pfas previsti dalla Regione, non c’è un automatismo che porta alla chiusura immediata dei pozzi contaminati. Il rapporto si focalizza anche su altri aspetti critici della situazione in Veneto. 

Il principale riguarda la confusione tra i consumatori generata dalla pubblicazione a cura della Regione degli esiti delle analisi eseguite sugli alimenti: non risultano indicati i luoghi nei quali sono stati effettuati i campionamenti e non esiste dunque una sorta di tracciabilità degli alimenti contaminati.  Altro fattore di criticità messo in luce dai medici dell’Isde nel rapporto presentato alla Camera dei Deputati nel piano regionale di controllo sanitario. 

Per l’associazione non può essere preso in considerazione un controllo a cui partecipa soltanto il 60% di una platea di cittadini di 70mila unità, che non contempli le fasce di popolazione inferiori a 10 anni e superiori ai 65, oltre alle donne in gravidanza e i neonati. Un piano con queste caratteristiche non può garantire le fasce di popolazione più esposte agli effetti tossici delle Pfas. Attualmente i limiti fissati in Europa dall’accordo preliminare alla direttiva sulla qualità delle acque sono a 100ng per litro di tutte le Pfas. 

Per i medici di Isde si tratta di limiti altissimi. Secondo gli studi condotti un solo nanogrammo per litro di acqua di acido perfluoroottanoico, il Pfoa, è sufficiente nello spazio di due anni a raggiungere concentrazioni tossiche soprattutto per anziani, neonati e donne incinte. 

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