Scatta l’allarme ambientale per l’isola di plastica, il continente formato da tonnellate di rifiuti galleggianti che si trova nel Sud Pacifico. È stato documentato, non è una fake news. Una delle grandi scommesse dei prossimi anni sarà quella di convergere gli aiuti dei paesi più ricchi per smaltire questo immenso monumento all’autodistruzione. Il recente appuntamento dell’Onu di Madrid con COP25 si è occupato in modo abbastanza diffuso di questo problema che tuttavia in questo momento viene considerato grave ma meno urgente rispetto a quello del riscaldamento globale. Neppure su questo argomento è stato trovato un punto d’accordo tra i paesi più industrializzati, questo dovrebbe far riflettere.

Un’isola di plastica davanti a Durban

Ma c’è un secondo problema ancora più preoccupante e riguarda il Sud Africa: un video prodotto dalla organizzazione non governativa africana Litterboom Project e irradiato prima via web e poi dalle principali agenzie giornalistiche mondiali il 12 dicembre scorso, ha illustrato una situazione drammatica a Durban, una delle città più inquinate del mondo. Si tratta di un’autentica marea di plastica galleggiante che le correnti non portano al largo ma spingono verso la costa fino sulle rocce del litorale africano compromettendo un sistema ambientale già delicatissimo e in enorme difficoltà.

Un video testimonia l’emergenza

Il video è stato rilanciato da numerosi influencer ambientalisti e in modo particolare da Derek Van Dam, uno dei meteorologi più famosi del mondo, attualmente sotto contratto con il colosso CNN che lo ha esteso a tutti i suoi follower contribuendo a farlo diventare virale. Le autorità di Durban hanno chiesto l’aiuto governativo perché non sono assolutamente in grado di affrontare un’emergenza di tale portata. 

Stando agli ultimi dati del WWF almeno 33 mila bottigliette di plastica da mezzo litro finiscono in mare. La quantità di rifiuti galleggiante o abbandonata sulle spiagge solo nel Mar Mediterraneo (purtroppo in quanto mare chiuso uno dei più colpiti dal dramma dell’inquinamento galleggiante) supererebbe le 570 mila tonnellate. Un’operazione di smaltimento in tal senso è impensabile: costerebbe una fortuna e servirebbero anni per riuscire a finalizzarla. 

Tonnellate di bottiglie e sacchetti

Il problema delle bottiglie è secondo solo a quello dei sacchetti di plastica che nella maggioranza dei casi diventano purtroppo un’arma micidiale per pesci e tartarughe. È difficile riuscire a capire quelle che potrebbero essere le conseguenze di questo genere di inquinamento i cui sviluppi sono tremendi ma ancora tutti da quantificare. Solo da poco tempo infatti si sente parlare di plasticrust e pyroplastic.

La prima è una vera e propria incrostazione a base di plastica e pvc che finisce per depositarsi sulle rocce e gli scogli in modo indelebile. La seconda invece è la plastica che il sale, il caldo del sole e la corrosione finisce per bruciarsi e trasformarsi in una serie di piccole masse che si depositano in modo quasi sulle spiagge. 

Come battere la plastica

Il ricorso alla plastica che fino a qualche anno fa sembrava essere la soluzione ideale per una questione di costi e di riciclaggio è diventato un’arma a doppio taglio che oggi solo pochi paesi stanno dimostrando di sapere affrontare con una strategia davvero mirata e funzionale. Il modo in cui la plastica e i rifiuti in generale stanno aggredendo il sistema ambientale e quello biologico di mare, fiumi e laghi è davvero preoccupante. 

Al punto che sconfessando tutte le teorie di soli venti anni fa si sta arrivando a un’unica conclusione: abbandonare definitivamente l’uso della plastica per involucri e confezioni nel tentativo di ridurre drasticamente l’impressionante numero di tonnellate che ogni anno vengono abbandonate in mare e nell’ambiente. 

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