A Madrid sta avviandosi alla sua conclusione il COP25, la 25esima edizione della Conferenza delle Parti su Clima e Ambiente organizzata dall’ONU, due settimane di lavoro che hanno visto delegati in Spagna non meno di quattromila relatori provenienti da ogni parte del mondo. Tra gli argomenti più dibattuti al tavolo ci sono stati i crediti di carbonio in un Madrid dove era arrivata nei giorni scorsi anche Greta Thunberg.

Il dibattito sui crediti di carbonio divide il pianeta

Uno dei dibattiti più attesi di questi ultimi giorni era quello sui crediti di carbonio, argomento che ha causato più di una divisione: i crediti di carbonio sono quanto un paese riesce a risparmiare in termini di produzione di gas serra e CO2, ogni tonnellata non emessa o assorbita costituisce un credito virtuale. Si tratta ovviamente per ogni paese di avviare severe politiche di controllo sui gas serra e nuovi investimenti in materia di tutela dell’ambiente. Era uno dei temi contenuti nel cosiddetto Articolo 6 dell’accordo di Parigi e che già all’atto della sua stesura – nel 2015 – vide Brasile, Cina e Arabia Saudita del tutto in contrasto con i paesi dell’Unione Europea.

I paesi in via di sviluppo non rinunciano ai propri privilegi

La tensione sull’argomento si è riproposta anche in Spagna perché le posizioni dei paesi critici sul protocollo dei crediti di carbonio non si è assolutamente ammorbidita. Il Brasile, la Cina e l’Arabia Saudita rivendicano il loro diritto di paesi in via di sviluppo che, fino alla firma del protocollo di Kyoto, proprio per incentivare la loro crescita industriale, non avevano alcuna restrizione e avevano potuto mettere mano a quasi tutti i crediti di carbonio emessi.

Si questa posizione si erano espressi anche Corea del Sud e India, una percentuale decisamente considerevole dell’industria impattante e inquinante del pianeta. Il Brasile vorrebbe addirittura “vendere” il proprio credito ad altri paesi con l’obiettivo di concretizzare denaro da investire su progetti ambientali. L’Europa da tempo spinge per un sistema di controllo rigido che possa semplicemente tenere conto dei progressi di ogni singolo paese sulle basi della propria produzione industriale. E su questo si è discusso anche a Madrid senza arrivare a nessun accordo apprezzabile con le parti ancora significativamente distanti.

La logica del consumo virtuoso viene contestata da Cina e Brasile

Se fino a oggi il protocollo di Kyoto consentiva di distribuire denaro ai paesi virtuosi, o comunque con in credito di carbonio più in attivo, la situazione sta radicalmente cambiando e il conto è stato presentato a paesi come Cina e Brasile: la Cina per esempio era riuscita a “fatturare” parecchi milioni di dollari vendendo crediti relativi alla produzione di fluorurati ma Madrid ha chiaramente ribadito che questo meccanismo non sarà più possibile in un equilibrio che ha un’unica linea guida, perseguire in modo dimostrabile che le emissioni di gas serra e CO2 sono considerevolmente ridotte su base nazionale. Tuttavia Cina e Brasile insistono: sono a credito e vogliono i finanziamenti e comunque non vogliono ridurre la loro emissione di CO2.

Madrid cerca di imporre, con fatica, un regolamento comune

A Madrid la grande discussione è stata soprattutto nel merito dell’interpretazione sia degli accordi di Kyoto che dei trattati di Parigi: la grande difficoltà è quella di trovare un accordo generale che possa mettere d’accordo tutti. Da una parte ci sono le ragioni politiche che hanno portato ai trattati, dall’altra oltre alle ragioni politiche ci sono anche quelle economiche e industriali di chi non sembra assolutamente disposto a fare un passo indietro.

D’altronde la logica con la quale sono nati i crediti di carbonio è assolutamente semplice e non fraintendibile: fare in modo che ogni paese basti a se stesso e sia in grado di rimettere in equilibrio il computo dei gas serra che produce con quelli che assorbe o annulla grazie ai suoi progetti ambientali. Al momento il computo globale dei carbon credit è pesantemente in passivo.

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