Il fallimento del COP25 di Madrid è evidente ed è sotto gli occhi di tutti: i delegati provenienti da oltre 200 paesi chiamati a segnare il cammino per la riduzione degli inquinanti e dei gas serra nell’atmosfera fino all’azzeramento assoluto, previsto nel 2050, non sono riusciti a mettersi d’accordo neppure questa volta. E la sensazione è che si sia perso molto tempo ma anche una grande occasione perché tutto il mondo guardava a Madrid con attenzione e con la speranza che il dialogo finalmente potesse prevalere sulle logiche degli interessi di parte. 

Il Forum di Madrid non riesce a mettere d’accordo nessuno

Ma il fallimento del forum di Madrid, prolungato di due giorni nel tentativo di stendere un documento comune che poi non è stato nemmeno redatto, è figlio di una divisione che vede allineamenti spaccati su fronti diversi: in America, Asia e anche in Europa dove il cosiddetto European Green Deal non riesce a concretizzarsi in un progetto ben definito. I paesi dell’Unione Europea si erano ritrovati a Bruxelles nell’intento di allinearsi e darsi una regola comune ma il consiglio, nella sua relazione finale, ha chiaramente parlato di “impossibilità di trovare un terreno comune e rinviando la discussione alla prossima assemblea in programma nel prossimo giugno”. Intanto però il tempo passa. 

Da Madrid a Bruxelles: i paesi discutono ma non si accordano

Anche i segnali che arrivano da Bruxelles non sono incoraggianti: eppure il nuovo presidente Ursula von der Leyen aveva sottolineato con forza la necessità di trovare un accordo globale sul Green Deal e che la questione ambientale fosse l’argomento centrale e più urgente della sua amministrazione. Una dichiarazione che aveva trovato l’appoggio di molti gruppi ambientalisti e dei verdi che nel consiglio dell’Unione Europea sono ben rappresentati. Ma questo tuttavia non basta. Se il Green Deal fosse passato l’Europa sarebbe stata la prima grande realtà industriale ed economica ad annunciare come obiettivo l’azzeramento del CO2 entro il 2050. Un segnale importante che poteva anche essere interpretato come un esempio da prendere in considerazione. Nulla vieta che l’accordo possa essere firmato a giugno: ma è evidente che ci sono paesi che stanno facendo molta resistenza su questo punto. 

Anche i paesi non dominanti cominciano a rifiutare gli accordi

“Si tratta di ammettere che è stato un fallimento e che si tratta di un segnale traumatico – dice Neil Makaroff, Adviser per l’International Climate Action Network – ma d’altronde se i paesi più industrializzati d’Europa non fanno nulla per rallentare le drammatiche conseguenze del cambiamento climatico perché i paesi più piccoli dovrebbero essere solidali ai programmi ambientali? Ormai siamo al paradosso che anche paesi come Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca hanno rigettato la proposta dell’azzeramento al CO2 entro il 2050. Parliamo di paesi che si interrogano se l’alternativa al carbone sia l’energia nucleare. Il Green Deal non può partire con questioni come queste sul tavolo e con tutti queste discussioni non risolte”. Il Green Deal propone obiettivi ambiziosi ma sostenibili che richiedono tuttavia l’impegno da parte di tutti i paesi firmatari. Il primo obiettivo in Europa di fatto è fallito e arriva subito dopo il massiccio appoggio della von der Leyen e immediatamente prima del clamoroso tonfo degli accordi ambientali presentati a Madrid e ulteriormente rinviati con grande preoccupazione di tutte le associazioni verdi e ambientaliste. La discussione a questo punto viene rinviata al prossimo appuntamento UE di giugno e alla conferenza COP26 in programma a Glasgow: gli argomenti saranno sempre gli stessi ma nel frattempo sarà passato un altro anno. 

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