È un record piuttosto negativo quello raggiunto dall’Italia, in termini di morti da eventi climatici esterni. Secondo lo studio annuale Climate Risk Index 2020, in un arco di tempo che va dal 1999 al 2018, l’Italia ha registrato una quota di 19.947 vittime a causa dell’impatto di eventi meteorologici esterni. Il rapporto, diffuso da Germanwatch, indica le perdite economiche – negli ultimi due decenni – riconducibili a situazioni climatiche estreme ammontano a circa 32,92 miliardi di dollari.

Non sono solo i Paesi più poveri a dover fare i conti con piogge eccezionali, ondate di calore e tifoni: sono anche gli Stati più “ricchi” e ad alto reddito a trovarsi impreparati davanti a significativi eventi meteorologici estremi.

Climate Risk Index 2020 di Germanwatch

Il rapporto Climate Risk Index ha l’obiettivo, ogni anno, di analizzare in quale misura Paesi e Regioni vengono colpiti dai cosiddetti “eventi di perdita” riconducibili al clima, quali tempeste, alluvioni, ondate di calore, ecc., classificandoli in base alla loro vulnerabilità a tali eventi.

Lo studio, basandosi sui dati raccolti nelle precedenti edizioni, dichiara che sono i Paesi meno sviluppati quelli più colpiti, rispetto a quelli più industrializzati. 

Lo scopo del Climate Risk Index è quello di richiamare l’attenzione verso la situazione climatica nel mondo oggi: fornendo un allarme indirizzato a tutti, Germanwatch vuole mettere in guardia la popolazione mondiale rispetto ai sempre più numerosi eventi climatici estremi e alle zone più vulnerabili della Terra, dove il pericolo di essere colpiti in maniera severa da eventi atmosferici è sempre maggiore.

L’edizione del 2020 rivolge una particolare attenzione alla mancanza di aiuti finanziari supplementari, in grado di sostenere la situazione disastrosa dei Paesi più poveri.

Il summit per il clima, infatti, deve risultare in:

  • Una decisione effettiva e su base continua sulle modalità di supporto ai Paesi più vulnerabili al cambiamento climatico, i quali rischiano di affrontare ingenti perdite e danni futuri; 
  • Misure precise che servano a generare e mettano a disposizione risorse finanziare che colmino le necessità più urgenti;
  • Un rafforzamento delle misure e dei provvedimenti utili a rispondere in maniera pronta al cambiamento climatico. 

Il Climate Risk Index è guidato da Germanwatch, una ONG con sede a Bonn che si impegna per una giustizia globale e per il mantenimento delle basi vitali del pianeta. Si considera una lobby per uno sviluppo sostenibile, in particolare a tutela dei paesi del Sud che considera svantaggiati. 

I Paesi più colpiti da eventi estremi

I risultati del Climate Risk Index riflettono i crescenti danni causati dalle ondate di calore, tempeste, inondazioni, che gli scienziati hanno scoperto essere aggravati dai cambiamenti climatici e mostrano chiaramente come anche i paesi ad alto reddito siano colpiti dagli impatti degli eventi climatici estremi.

Nel rapporto 2018-2020 è il Giappone il Paese più colpito da eventi meteorologici, seguito in classifica da Filippine, Germania, Madagascar, India, Sri Lanka, Kenya, Rwanda, Canada e Fiji. 

Nel 2018, L’Italia si classifica al 21esimo posto nel mondo per impatti da eventi climatici estremi, ma guardando all’ultimo decennio, l’Italia risulta al sesto posto per morti e 18esima per perdite di milioni di dollari.

Impatti climatici no stop

Secondo gli autori degli studi, nonostante gli impatti climatici comincino a causare perdite e danni permanenti in tutto il mondo, non esiste ancora uno specifico strumento finanziario delle Nazioni Unite capace di rimborsare buona parte delle perdite legate al clima. Finora i Paesi industrializzati si sono rifiutati di negoziare tale strumento ma, per la prima volta, durante la COP25, il sostegno finanziario per le perdite e i danni legati al clima è in cima all’ordine del giorno.

Per i Paesi più poveri e più vulnerabili, questo vertice sul clima riveste quindi la massima importanza, con una pressante richiesta di accordo o almeno il riconoscimento della necessità di un aiuto concreto verso coloro che più sono vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici.

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