Da anni ormai, da quando ci si è resi conto che il primo segnale di allarme lanciato dal pianeta a fronte del crescente riscaldamento globale è dato dallo scioglimento dei ghiacci dei due poli, si sta studiando con crescente attenzione proprio il ghiaccio. Come e quanto tempo fa si è formato, quale sia la sua composizione, con quale velocità tenda a dissolversi e quale sia il suo ritmo di restringimento in alcune aree del pianeta più a rischio di altre.

Come ricreare e mantenere il ghiaccio dell’Artico

Ma tra i tanti studi ci sono anche quelli che puntano a ricreare le condizioni affinché non solo il ghiaccio non si sciolga ma magari si possa addirittura rigenerare. Secondo gli scienziati non è impossibile e presupponendo risorse comunque importanti il progetto addirittura è fattibile.

Sono nati veri e propri studi su questo argomento che è stato catalogato come Ice Management, ovvero la capacità di gestione dei ghiacci. Un recente approccio geo-ingegneristico sostiene che il riscaldamento globale del pianeta può essere rallentato sfruttando le rigidissime temperature dell’inverno artico, caratterizzato da violentissimi e gelidi venti. Si tratta di realizzare delle pompe idriche alimentate a energia eolica, nessuno spreco di energia elettrica e dunque di ulteriore produzione di gas serra, per pompare litri e litri di acqua marina che andrebbero a cascata sul ghiaccio esistente per gelare istantaneamente di fronte alle temperature freddissime.

Pompare l’acqua del Mare Artico e creare nuovi strati di ghiaccio

Dello studio e della sua fattibilità si è occupato l’autorevole AWI, Alfred Wegener Institute che da anni vanta la direzione dell’Helmholtz, un polo di ricerca estremamente avanzato per lo studio e la salvaguardia della vita nell’Artico. L’Helmholtz era nato inizialmente come un polo di biologia marina e tutela faunistica ma negli ultimi anni di fronte al rischio globale caratterizzato dal riscaldamento del pianeta e dal restringimento delle aree artiche, si è specializzato in questo genere di ricerca.

Purtroppo il giudizio dell’AWI non è così entusiasta: si parla di non meno di dieci milioni di pompe capaci di attingere acqua sotto il ghiaccio a profondità notevole per polverizzarla in ambiente in pochi secondi. Occorre molta energia e una grande affidabilità tecnica. E il risultato forse non sarebbe sufficiente.

Creare nuovo ghiaccio non risolve il problema del riscaldamento globale

L’idea era stata pubblicata un paio di anni fa da alcuni studiosi statunitensi sul giornale Earth’s Future e solo recentemente è stata presa in considerazione e testata dall’Helmholtz Centre for Polar and Marine Research e testata con alcuni modelli di sviluppo. Gli scienziati dell’AWI dicono che da un punto di vista empirico la cosa è anche possibile e che se l’esperimento si concretizzasse adesso e avesse successo potrebbe in effetti riportare indietro di almeno una ventina d’anni la mappa dei ghiacci dell’Artico. Ma questo non basterebbe a risolvere il problema del riscaldamento sotto un aspetto più globale, né in Europa né nelle grandi aree industriali del mondo.

Occorre una drastica inversione di tendenza

“Volevamo vedere se questa idea potesse funzionare da un punto di vista puramente fisico – dice Lorenzo Zampieri, un fisico ambientale che collabora con l’AWI e l’Helmholtz, è stato lui a creare il modello di sviluppo fisico all’interno del quale costruire la simulazione. Helge Goessling, responsabile del gruppo di ricerca, ha tirato le somme:

“Normalmente la crescita del ghiaccio è limitata, tendenzialmente il ghiaccio tende comunque a ridursi, il lavoro di pompaggio consentirebbe la creazione di nuovi strati di ghiaccio su quelli esistenti e abbiamo calcolato dalle simulazioni che anno dopo anno il ghiaccio dovrebbe riguadagnare almeno un paio di metri di spessore. Ma il problema resta che la stagione estiva sarebbe comunque più calda per via del crescente riscaldamento globale”. Ci sarebbe un miglioramento lieve e non sarebbe sufficiente: si tratta di un’idea interessante, praticabile ma inadatta se il riscaldamento globale non subirà una drastica inversione di tendenza.

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