A giudicare dagli ultimi convegni internazionali, e non si parla di riunioni di integralisti dell’ambiente o di piccole assemblee locale dove l’allarmismo prevale, la situazione non è buona. Non è per niente buona. L’agenda dell’emergenza climatica purtroppo continua inesorabilmente a correre e nonostante l’enorme clamore che in questi ultimi mesi si è creato in tutto il mondo grazie soprattutto al messaggio di alcuni scienziati e alla figura di Greta Thunberg che ha considerevolmente alzato l’attenzione mediatica su tutto ciò che è emergenza climatica e ambiente.

La lentezza con cui il mondo ha preso coscienza del rischio climatico

Purtroppo, il ritmo con cui il punto di non ritorno della emergenza climatica si avvicina è estremamente più rapido rispetto alle contromisure che vengono prese. Da una parte ci sono le differenze politiche ed economiche tra diversi paesi leader che da una parte si dicono preoccupati per l’ambiente ma all’altra non riescono a trovare un punto d’incontro sulle strategie comuni da utilizzare. Il primo vero allarme globale scatto nel 2009 quando gli scienziati dell’IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change si riunì avvertendo di grandi della terra di tutta una serie di problemi che si sarebbero concretizzati in tempi brevi se non si fosse completamente cambiata strategia. Alcuni li chiamarono “tipping point”, consigli… altri invece “deadly bullet”, un macabro gioco di parole perché i bullet, letteralmente proiettili, sono anche i punti fermi nelle discussioni e nelle tabelle. Questi bullet erano i punti di non ritorno. I fatti ai quali non si sarebbe più potuto porre rimedio.

Emergenza climatica che può compromettere il pianeta

Queste fasi erano state divise per aree geografiche e per ampiezza: cambiamenti in grado di intaccare in modo significativo un solo ambiente o tutto l’ecosistema terrestre: a livello locale per esempio era molto temuta l’intensificazione del monsone dell’Africa occidentale che avrebbe potuto estendere in modo significativo l’area desertica.

A livello globale il pericolo più temuto dell’intera emergenza globale era lo scioglimento delle calotte glaciali di Groenlandia e dell’Antartide, il dissolvimento di iceberg ritenuti fino a una cinquantina d’anni fa eterni, o l’impoverimento dei ghiacciai, anche quelli del nostro sistema alpino come abbiamo visto purtroppo. La conseguenza inevitabile sarebbe stata l’aumento delle temperature: da un minimo di 3°C a un massimo di 5° sulle medie di ogni singola regione. Le ultime informazioni scientifiche riassunte nei report IPCC del 2018 e del 2019, tuttavia sono pessimistiche: insomma… tutto si sta svolgendo ancora più velocemente del previsto.

La Terra ha varcato nove punti di non ritorno

Quali risultati abbiamo raggiunto, si chiede il titolo: la verità è che non ci sono risultati apprezzabili da raccontare. La deforestazione dell’Amazzonia seguita al devastante incendio di qualche settimane fa, ha ulteriormente peggiorato le cose. In questo il momento il nostro pianeta ha già valicato ben nove punti di non ritorno. La ricerca è stata discussa e approvata da scienziati autorevoli: è stata pubblicata sulla rivista Nature e redatta da un gruppo di esperti provieniti dall’Università di Exeter (Regno Unito) dall’Università di Copenaghen (Danimarca), dall’Australian National University a Canberra e dall’Università di Potsdam (Germania).

Il professor Tim Lenton, direttore del Global Systems Institute dell’Università di Exeter, è chiarissimo: “Dieci anni fa abbiamo identificato una serie di potenziali punti di non ritorno nel sistema terrestre, ora abbiamo le prove che oltre la metà di questi sono stati attivati. La crescente minaccia di cambiamenti rapidi e irreversibili significa che non è più un atteggiamento responsabile quello di aspettare e vedere. La situazione è urgente e abbiamo bisogno di una risposta d’emergenza”.

La soluzione all’emergenza climatica

Già oggi sappiamo che la fusione delle calotte glaciali porterebbe ad un aumento irreversibile del livello dei mari di 10 metri. La riduzione delle foreste pluviali e foreste boreali, invece, provocherebbe il rilascio di ulteriori gas serra amplificando ulteriormente il riscaldamento globale. “Non ci sono alternative – conclude Lenton – il cambiamento dev’essere uniforme, radicale, condiviso e immediato. Non abbiamo altre scadenze, dobbiamo cambiare il nostro approccio al problema”.

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