Da molti anni ormai si sostiene che la tecnologia analogica sia una nemica dell’ambiente: la diffusione dei dati secondo vecchie modalità non solo non è più economicamente sostenibile, ma risulta anche estremamente pericolosa per l’ambiente. Basti pensare alla gran quantità di carta che viene sprecata in stampe inutili che vengono conservate per decenni con il risultato di occupare spazio e frenare il progresso. È per questo che uno dei primi provvedimenti che le amministrazioni mondiali si sono poste è stato quello della digitalizzazione dei dati grazie all’ampliamento del bacino d’utente di Internet.

Internet si avvia verso i 5 miliardi di utenti

Tuttavia, anche un eccessivo sviluppo dell’information technology risulta essere estremamente dannoso: lo sostiene il ricercatore svedese Anders Andrae che sull’autorevole quotidiano inglese The Guardian ha sviluppato uno studio con il quale si dimostra che entro la fine del 2025 almeno un quinto del consumo elettrico mondiale sarà imputabile all’ICT. Nel 2917 Internet ha valicato la fatidica soglia di diffusione del 50% e alla fine di questo 2019 sarà diretto a piena corsa verso il 60% della popolazione mondiale: al momento le stime dicono che almeno il 56.1 degli abitanti del pianeta dispone di una connessione e dunque di un accesso alla rete. Il PC a breve diventerà più diffuso e utilizzato della televisione e almeno il 5.5% delle emissioni nocive di diossido di carbonio (CO2) a livello mondiale sarà causato proprio dai computer e dai loro utilizzatori.

Quanto costa in energia la connessione alla rete

Il 3% del CO2, pari a non meno di 2 Gt, sarà prodotto dalle aziende che producono, lavorano e conservano i dati: non si parla solo dei cosiddetti ‘giganti’ di internet ma anche di aziende locali che amministrano mail, blog, siti o di chi conserva dati di ogni genere: legali, commerciali, statistici. Il conto che Andrae presenta è abbastanza inquietante ma anche inattaccabile.

I computer richiedono energia: una quantità sempre maggiore di energia. Non solo… ma se i nostri computer di casa si possono accendere e spegnere a seconda delle necessità i grandi server sono attivi 24 ore su 24 e non staccano mai. A loro sono collegate unità di salvaguardia elettrica pronte a garantire l’alimentazione anche in caso di blackout. Tutto questo ovviamente costa una quantità spropositata di energia per la lavorazione, la memorizzazione e la conservazione di ogni singolo dato.

Il traffico della rete cresce del 5% all’anno

In questo momento Internet è una delle prime industrie del pianeta: si calcola che oltre quattro miliardi di persone, una soglia in aumento quasi del 10% rispetto al gennaio del 2018, nessun’altra impresa può vantare un impatto del genere, possono collegarsi alla rete. Un traffico di byte semplicemente impressionanti. Da tempo siamo già passati nell’ordine dello zettabyte che indica un trilione di giga. Andrae  si è limitato ad approssimare per difetto quelle che sono le stime fino al dicembre 2025 quando presumibilmente il traffico on line svilupperà un volume di poco inferiore ai 180 zetta. Nel 2015 era diciotto volte inferiore. Numeri incredibili che possono anche preoccupare perché tutto questo dovrà essere alimentato.

La conservazione dei dati, un business da 50 miliardi di dollari l’anno

I server farm, le aziende digitali che immagazzinano la memoria degli utenti, oggi fatturano 44 miliardi di dollari e crescono a un ritmo del 13.5% all’anno. Nel 2025 sarà sicuramente molto oltre i 100 miliardi. È giusto sottolineare che questi progressi non avrebbero mai potuto poggiare le basi su una tecnologia analogica e che dunque tutto questo sviluppo è stato sicuramente positivo sotto molti punti di vista perché ha reso tutto quanto molto più popolare, accessibile ed economico ma è inevitabile che l’impatto in termine di approvvigionamento elettrico, ma anche di smaltimento, è pesante.

Il ciclo di vita di un computer così come lo utilizziamo oggi, e dunque a tamburo battente e con un crescente aggiornamento di dati e sistemi operativi è inferiore ai sette anni. Di gran lunga inferiore a quello di un’auto: il che significa che dovrà essere smaltito con una inevitabile ricaduta sulla diffusione degli inquinanti.

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