Di fronte a un’emergenza di portata globale come quella del coronavirus, non ci possono essere aspetti positivi. Il pianeta è chiamato ad affrontare una delle sue paure più grandi, quella di una pandemia, e una delle sue ore più buie. Tuttavia il disastroso effetto che il coronavirus ha avuto sui mercati di mezzo mondo, inizialmente quelli orientali ma adesso – purtroppo – anche sul nostro, è stato quello di abbassare alcuni costi in modo sensibile.

Il prezzo del petrolio e il coronavirus

Per la verità non c’è stato solo il coronavirus a influire pesantemente sui mercati. A Tokyo la borsa ha risentito in modo molto evidente dell’instabilità del prezzo del petrolio e del bracco di ferro tra la Russia e i mercati arabi. Gli equilibri interni all’Opec, l’organizzazione che riunisce tutti i più importanti produttori di petrolio, ne sono usciti stravolti e il prezzo del greggio è sceso in modo impressionante fino a toccare un minimo storico che nemmeno le tensioni in Medio Oriente avevano evidenziato da dieci anni a questa parte. Il prezzo del petrolio, come quello dell’oro, è uno degli indicatori più significativi della stabilità di un’economia e la sua instabilità ha finito per influire in modo estremamente concreto sui prezzi di tutti gli altri listini energetici.

Petrolio al minimo storico

I valori del greggio negli ultimi giorni sono scesi in modo ancora più sensibile rispetto alle previsioni più cupe: basti pensare che le perdite hanno sfiorato il 30%, con valori mai così bassi da trent’anni a questa parte. Non si tratta dell’unico calo sensibile nel mondo dell’energia: recentemente il coronavirus aveva colpito in modo durissimo la Cina, prima che il contagio si spostasse anche in Europa e negli Stati Uniti. E l’incertezza dei mercati determinata dall’aggressività del contagio, a fine gennaio, era pesata in modo molto evidente sui gas. Qui i listini si sono contratti in modo davvero sensibile: era dal 2016 che non venivano registrati valori così bassi. Di fronte a una situazione del genere cambia qualcosa per l’utente finale? Quello che si limita a pagare le bollette?

Il fluttuare dei prezzi

In teoria sì, soprattutto in questo momento di liberalizzazione dei mercati che consente di cambiare gestore e fornitore in modo molto elastico, magari senza scendere nella compulsività che rischia poi di costare molti soldi di fronte ad accordi unilaterali che non si conoscono nemmeno. Nel gennaio del 2020 il prezzo dell’energia elettrica era scesa a 0,04747€ per kWore, un terzo in meno (– 29,83%) rispetto al gennaio del 2020. Chi aspettava febbraio per un adeguamento è rimasto sorpreso da un’ulteriore, e forte, contrazione: il prezzo è sceso ancora a 0,03930€/kWore (– 31,85%) in meno rispetto al febbraio del 2019 e un consistente 17,21% in meno rispetto solo a trenta giorni prima. Pensare che questi prezzi bassi finiscano per incidere sulla nostra bolletta, tuttavia, è un errore da non commettere.

Il prezzo e il contratto: due cose diverse

È vero che i prezzi dell’energia sono ai minimi storici ma tutto dipende dal contratto che si è siglato. La liberalizzazione ha portato molte compagnie a battere il mercato con molta aggressività e con proposte invitanti ma che non consentono una grande elasticità. Prima di cambiare operatore conviene dare un’occhiata molto attenta alle condizioni della nostra fornitura, soprattutto se abbiamo un unico provider per gas ed energia elettrica, e capire se esistono penali nel momento in cui decidiamo di cambiare fornitore.

Prezzi fissi e variabili

Un altro aspetto che bisogna considerare è che la liberalizzazione, meglio definito come mercato di Maggior Tutela, applica prezzi trimestrali. E se date un’occhiata alla vostra bolletta, e al prezzo al consumo per kWore, per esempio, vedrete che quello che pagate è drammaticamente più alto rispetto a quello che l’energia costa in realtà. Tutto dipende dall’offerta che si è sottoscritta, a prezzo fisso, e dunque immune dalle variazioni del mercato, o a tariffa variabile e dunque soggetta ai vari listini ma mai così elastica da poter essere adottata quando il valore di mercato è davvero molto basso.

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