Non sarà un problema delle attuali generazioni, ma per frenare il riscaldamento globale prima della fine di questo secolo le misure da adottare su tutto il pianeta assumono sempre più un carattere di urgenza. L’Agenzia per l’Ambiente dell’Onu, l’Unep ha rilasciato l’ultimo dossier sullo stato di salute del pianeta e l’”Emission Gap 2019” on restituisce conclusioni confortanti.

Basti pensare che le previsioni basate su rilievi scientifici e dati raccolti nell’ultimo decennio descrivono un aumento medio delle temperature superiore ai 3 gradi Celsius, 3,2 per l’esattezza, che verranno raggiunti alla fine di questo secolo. E il dato più sconfortante viene dai risultati delle politiche di contenimento e contrasto messe in campo dal 2005 a oggi: l’aumento delle temperature registra una crescita costante dell’1,5% annuo.

Che cos’è il Rapporto Emission Gap 2019 dell’Unep

Per un decennio, il rapporto dell’Agenzia per l’Ambiente dell’Onu ha confrontato le emissioni di gas a effetto serra rispetto alle previsioni e ha evidenziato le migliori strategie per colmare il divario. I ricercatori hanno analizzato un’orizzonte temporale fissato al 2030 e confrontato gli obiettivi di 1,5° e 2° Celsius, fissati negli accordi di Parigi, con le politiche climatiche messe in campo dal 2005 a oggi. Gli scenari presi in esame sono diversi ma nessuna politica governativa rispetta la road map prefissata per scongiurare l’innalzamento delle temperature, con conseguenze gravissime sui fenomeni atmosferici.

E per la prima volta l’Unep rilascia una stime delle riduzioni annuali che dovrebbero essere perseguite nel prossimo decennio 2020/2030 per raggiungere gli obiettivi di Parigi. Lo studio “Emission Gap 2019” non si limita a fotografare la situazione e prospettare scenari catastrofici, ma contiene delle indicazioni importanti per colmare il gap. L’edizione 2019 esamina il potenziale della transizione energetica – in particolare nei settori dell’energia, dei trasporti e degli edifici – e dell’efficienza nell’uso di materiali come ferro, acciaio e cemento. Attraverso queste stime l’Agenzia internazionale calcola anche il valore delle azioni che i singoli stati devono mettere in campo per la riduzione delle emissioni globali di gas serra, arrivate a 55,3 gigatonnellate di CO2.

Questo dato deve necessariamente ridursi di anno in anno nel periodo 2020/2030 del 7,6%. Un contenimento drastico e ineludibile se si vogliono rispettare gli obiettivi di Parigi per fermarsi a un incremento medio per il 2100 a 1,5° C, circa la metà di quanto, alle condizioni date, si arriverebbe.

La conferenza Onu di Glasgow e i nuovi obiettivi necessari

Il direttore esecutivo di Unep Inger Andersen mette in guardia i paesi sottoscrittori dell’accordo di Parigi. Il 2020 è una tappa troppo ottimistica ormai, e la conferenza mondiale dell’Onu di Glasgow di novembre rischia di essere un flop se non conterrà nuovi obiettivi, più stringenti di quelli di Parigi. Qualunque ritardo nel ruolino di marcia, sposta in avanti l’obiettivo 2030, già fuori portata se non si agisce quanto prima e nel modo più drastico sulla riduzione delle emissioni di CO2.

C’è poi il problema di allargare la platea degli Stati che dovrebbero impegnarsi nell’azione di contenimento e riduzione. Sono soltanto 5 infatti le nazioni rappresentate nel G20 che puntano al traguardo di emissioni zero entro il 2050. Solo cinque Paesi del 78% di emissioni totali rappresentate nel G20. Ogni politica rischia così di essere la classica goccia nel deserto.

Ed è per questo che il segretario generale dell’Onu António Guterres preme per impegni più stringenti e un maggior numero di nazioni coinvolte. Ignorare gli avvertimenti degli studiosi, ha avvertito Guterres, e rinunciare a misure drastiche e incisive per il contenimento delle emissioni, significa dover fare i conti sempre più spesso con ondate di caldo e tempeste dalle conseguenze incontenibili. 

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