C’è un nuovo fattore, una variabile indipendente destinata a influenzare l’economia globale e a prenderne coscienza e a teorizzare gli influssi dei cambiamenti ambientali è un membro del board della Banca Centrale Europea, Benoît Cœuré. Sia che l’umanità fallisca o riesca a mantenere l’aumento delle temperature globali entro livelli gestibili, prima o poi le banche centrali saranno chiamate ad agire, sostiene Benoît Cœuré.

Cambiamenti ambientali e politica monetaria

I cambiamenti ambientali non sono una teoria, ma un dato di fatto, secondo Cœuré, e ci si può aspettare che influenzi la politica monetaria in un modo o nell’altro. Il primo “allarme del membro del consiglio esecutivo dalla BCE risale al novembre 2018, durante una conferenza sulla finanza verde organizzata dalla Deutsche Bundesbank, la banca centrale tedesca, e dal Consiglio per le politiche economiche.

In ogni caso, le conseguenze in termini macroeconomici dei cambiamenti ambientali sembrano essere rilevanti: se lasciato incontrollato, il cambiamento climatico può complicare ulteriormente la corretta identificazione degli shock come inondazioni, tempeste e altri eventi meteorologici estremi, che hanno un impatto sull’inflazione.

Secondo Benoît Cœuré la siccità e le ondate di calore spesso influiscono sui livelli di produzione delle colture, anche quelle considerate essenziali, spingendo al rialzo i prezzi dei prodotti alimentari, mentre uragani e inondazioni possono compromettere irreparabilmente la produzione, determinando un incremento eccessivo dei prezzi dettato dalla maggior domanda, rispetto alla minore offerta di prodotto.

Gli effetti dei cambiamenti climatici sulla società si verificano anche sulla vivibilità di alcune regioni del mondo. Aree ad alta siccità diventano inabitabili, spingendo le popolazioni a migrare verso aree con una migliore condizione climatica. Ed è evidente l’effetto a cascata sulla crescita salariale e sull’inflazione, come sta accadendo da un po’ di anni a questa parte in Germania.

Il monito dell’economista vale anche nel caso in cui si verifichi lo scenario più auspicabile, con il successo delle politiche ambientali di contenimento del riscaldamento globale. Le implicazioni per la politica monetaria potrebbero essere ugualmente di vasta portata, soprattutto se la preferenza per fonti energetiche alternative possa modificare i prezzi nella modo da destabilizzare le aspettative di inflazione a medio termine.

I cambiamenti climatici e il rischio inflazione al ribasso

Benoît Cœuré cita anche il caso specifico di una transizione più rapida verso le energie rinnovabili, associata a innovazioni tecnologiche, come l’intelligenza artificiale e la guida autonoma, che potrebbe portare al ribasso l’inflazione al punto da causare “una spirale al ribasso dei prezzi e dei salari”.

Cœuré non è l’unico tra i gli economisti e i banchieri europei a intravedere forti rischi per l’economia globale dovuti ai cambiamenti ambientali. Anche il governatore della Banca centrale d’Inghilterra Mark Carney ha lanciato il suo monito ai paesi della conferenza internazionale COP21 di Parigi.

Era il 2015 e Carney ipotizzava che le conseguenze disastrose del climate change, con il relativo shock finanziario scatenato dal sorpasso delle fonti rinnovabili su quelle tradizionali ad alte emissioni, hanno un orizzonte diverso da quello strettamente finanziario, dove gli influssi si esplicitano in un periodo che va dai tre ai dieci anni. In questo caso gli effetti avrebbero una durata maggiore.

Significa, secondo Carney, che una volta che il cambiamento climatico diventa una questione determinante per la stabilità finanziaria, potrebbe già essere troppo tardi. L’allarme del banchiere inglese ha suscitato la reazione del Comitato Europeo, che dal 2008, anno della grande crisi finanziaria, fornisce attività di consulenza sul rischio sistemico alla Commissione Europea.

In un rapporto pubblicato del 2016, il Comitato ipotizza uno scenario di rischio nel caso di una brusca virata sulla green economy causata dall’incremento dei cambiamenti ambientali. L’abbandono massivo di fonti energetiche di origine fossile influirebbe negativamente sul prodotto interno lordo, con la conseguente e repentina rivalutazione delle attività ad alto consumo energetico fossile. E, si sa, i combustibili tradizionali sono finanziati soprattutto in deficit.

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