In qualunque rapporto ambientale, la Cina viene identificata come il principale paese al mondo ”produttore” di emissioni di gas serra. I livelli di inquinamento dell’aria raggiunti nello stato più popoloso del pianeta preoccupano la comunità internazionale, eppure ci sono dati in controtendenza che fanno sperare in una svolta green della Cina, anche se per adesso si limita solo ad alcune province. 

Cinque province cinesi puntano su eolico e fotovoltaico

Il cambio di passo per ora si registra in cinque province della zona di nord ovest, che hanno incrementato notevolmente la produzione di energia da fonti alternative, e dunque a basso impatto ambientale. Il dato è stato registrato nelle province dello Shaanxi, del Ningxia, dello Xinjiang, del Gansu e del Qinghai. Sono stati registrati tra gennaio e novembre scorsi 88,54 miliardi di chilowattora di energia elettrica prodotta da parchi eolici, con un incremento del 10,3%. 

A questi si aggiungono i circa 53 miliardi di chilowattora provenienti da impianti fotovoltaici di ultima generazione, che rappresentano una crescita del 18,3%. Aumenti a doppia cifra mai ottenuti finora, resi possibili da una strategia di investimenti sulle fonti alternative per migliorare le performance di produzioni alternative per competere sul mercato, ma anche per ridurre l’inquinamento ambientale. Nell’ultimo decennio, infatti, nelle provincie interessate sono stati realizzati grandi progetti in campo eolico e fotovoltaico, portando i territori ospitanti a un aumento di produzione energetica da rinnovabili di circa 45 volte rispetto al passato. 

Il dato porta così la produzione di energia alternativa a rappresentare un quarto dei consumi totali registrati nelle cinque province. Del resto l’ultimo rapporto sui cambiamenti climatici della conferenza mondiale sul clima Cop25 avverte come rimangano solo una dozzina di anni per arginare l’innalzamento delle temperature entro i 1.5 gradi, rispetto ai livelli pre-industriali. In caso contrario le conseguenze per l’ambiente potrebbero essere irreversibili. Ed è in questo quadro che la Cina gioca un ruolo fondamentale, in grado di competere con gli Stati Uniti per la leadership nelle politiche ambientali globali.

Energia verde e segnali d’allarme per la Cina

I segnali di allarme per la Cina sono stati tanti negli anni. Si può considerare lo scioglimento dei ghiacciai, che negli ultimi 50 anni ha superato l’82%, arrivando a rappresentare un segnale di allarme preoccupante per il mondo intero. E non è un caso se tra le province più interessate ci siano tre delle cinque che hanno avviato la svolta green nella produzione energetica, Xinjiang, Qinghai e Gansu. 

Pechino del resto ha aperto alla possibilità di abbandonare il principio delle ‘responsabilità comuni ma differenziate’ che da sempre ispira la propria politica climatica. Contemporaneamente si sta instaurando, anche se a fatica, nella popolazione una nuova cultura ambientale. 

Emblematico il caso del colosso China National Petroleum Corp, costretto a sospendere le attività di estrazione di shale gas, per frenare la protesta di un migliaio di persone, preoccupate per uno sciame sismico nella contea di Rong nel Sichuan, con scosse sismiche di magnitudo 4.3 e 4.9, che hanno causato, oltre ai danni al patrimonio abitativo, 12 feriti e due morti. 

Per la popolazione della contea le attività estrattive e lo sciame sismico potrebbero essere fortemente collegati. E non sorprende nemmeno la risposta degli studenti di Hong Kong, che hanno aderito allo sciopero globale per il clima del marzo scorso. Al Fridays For Future parteciparono un migliaio di studenti dell’ex colonia, ma nessuno dei colleghi cinesi ha partecipato al movimento di Greta Thunberg. 

Le richieste di politiche più adeguate per la tutela ambientale non vengono però ignorate a livello governativo, complici anche le pressioni internazionali. L’unica preoccupazione riguarda i tempi del processo di cambiamento avviato da alcune province cinesi, nella scelta di puntare sulle rinnovabili. Si tratta di tempi lunghi, quando l’imperativo che corre in tutto il mondo è “fare presto”.

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