Una recente news porta buone notizie nel mondo della economia sostenibile e dell’abbandono del nucleare: queste due forze si uniranno, infatti, per rendere questo pianeta più ecologicamente sostenibile.

Le finalità sono non solo recuperare e riciclare gli elementi che compongono una centrale nucleare per evitare che un sito diventi un’area deserta e abbandonata e soprattutto per non disperdere nell’ambiente elementi che potrebbero rivelarsi pericolosi.

Ma c’è anche un altro risvolto positivo nei processi di decommissioning: un buon garantire sviluppo all’area dismessa.

Economia sostenibile e nucleare, un tema internazionale

Nel luglio scorso, grazie a un convegno pubblico, Sogin ha messo intorno a un tavolo i principali produttori di energia nucleare, come Francia, Giappone, Germania, Spagna, Svezia, Slovacchia e Gran Bretagna che rientrano nella Intenrational Atomic Energy Agency.

Un’opportunità per affrontare il tema dei principi di sostenibilità ambientale ed economia circolare applicati alle procedure di decommissioning, o smantellamento nucleare, in ambito internazionale, tenendo appunto in debito conto che il problema va affrontato al di là dei confini di ogni singolo stato.

Il concetto è entrato prepotentemente già dai tempi di Chernobyl e si è rafforzato dal disastro di Fukushima del 2011. Per raggiungere l’obiettivo occorre un quadro normativo sovranazionale, un sistema di norme valido in ambito europeo e non solo che vincoli i singoli stati in materia di appalti pubblici, riciclo dei materiali ricavati dai processi di dismissione delle centrali di produzione di energia atomica.

E dal confronto di luglio scorso organizzato da Sogin è emersa con chiarezza la circostanza che vuole il decommissioning un’attività compatibile con lo sviluppo sostenibile quanto più se risponde ai dettami dell’economia circolare. Fatto non scontato, giacché quando si parla di dismissione di centrali nucleari le attività ricomprendono la caratterizzazione radiologica degli impianti, ovvero la classificazione di tutti i reperti ritenuti ad alta radioattività per la prolungata esposizione alle radiazioni; la decontaminazione delle strutture con la successiva demolizione.

Operazioni che producono una quantità enorme di quelli che fino a poco tempo fa erano considerati “rifiuti” e la cui gestione ha sempre rappresentato un problema di non poco conto.

Economia sostenibile e decommissioning

Grazie a nuove tecnologie e soprattutto a una nuova concezione dei processi di decommissioning, adesso è possibile ripartire dal riutilizzo degli stessi materiali anche durante i lavori di dismissione. Ferro e calcestruzzo, per esempio possono essere recuperati e riciclati, mentre atri materiali di risulta dopo uno stoccaggio temporaneo vengono trasferiti in un deposito nazionale.

Il periodo di stoccaggio provvisorio consente di attivare nel sito dismesso e liberato una fase cosiddetta di “brown field”, alla quale segue quella di “green field”, una volta sgomberato il sito da ogni elemento radioattivo. Si tratta della fase in cui l’area viene restituita alla collettività. Non è un’attività semplice e soprattutto non segue una procedura standard, in quanto, soprattutto in Italia, le centrali nucleari non sono tutte uguali e non erano state progettate per la fase di dismissione. Nessuno immaginava, come poi è stato, che sarebbero state spente, non in un breve periodo.

Dopo il referendum del 1987 che in Italia decretò la fine dell’esperienza nucleare, si è aperto il dibattito sulla dismissione. Dopo oltre 30 anni ciascun impianto avrà la propria soluzione, non replicabile di decommissioning. Sicuramente al giorno d’oggi non mancano le risorse per poter abbandonare le centrali nucleari per favorire la sostenibilità dell’ambiente, grazie all’apporto della tecnologia che ogni giorno ci offre sempre nuove opportunità. Il vero problema è riuscire a cambiare senza farsi condizionare dagli interessi economici legati a questo genere di industria. Un fatto è certo: il cambiamento adesso è necessario e deve

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