Bisognerà attendere tra i 20 e i 30 anni per vedere la centrale nucleare di Fukushima completamente smantellata. Tempi lunghissimi, che però non sono destinati ad allungarsi, dopo che il governo giapponese ha comunicato lo slittamento della rimozione del magma radioattivo di ben 5 anni. 

È stato infatti deciso di rallentare i tempi delle operazioni dopo una prima revisione, negli ultimi due anni del programma di bonifica della centrale gravemente compromessa dopo l’incidente del 2011. 

La tabella di marcia per la bonifica di Fukushima

A circa 9 anni dal disastro nucleare più grave, dopo Chernobyl,gli effetti devastanti di quello tsunami che si abbatté sulle coste del Giappone, l’orizzonte per una bonifica completa del sito contaminato non si allontana, nel complesso, ma i lavori per la rimozione del prodotto derivato dalla fusione del nocciolo all’interno del reattore numero 1 saranno ritardati per un periodo che va dai 3 ai 5 anni. E si tratta di una delle fasi più complesse e delicati di tutto il programma, che potrà cominciare non prima del 2024. 

La decisione è giunta dopo un’attenta valutazione sul rischio di una eccessiva diffusione delle radiazioni, che possono influire non soltanto sul personale che lavora nell’impianto ma anche sulla popolazione locale, già così duramente provata. 

I sei reattori che fino al 2011 hanno lavorato nella centrale nucleare di Fukushima saranno liberati dal magma anche il 2031. Ma nel frattempo bisogna provvedere a un costante lavoro di raffreddamento, che viene eseguito con l’acqua, producendo circa 170 tonnellate di liquido radioattivo ogni giorno. È stato calcolato che negli anni di lavoro alla bonifica siano stati stoccati in speciali serbatoi oltre un milione e 200mila tonnellate di acqua radioattiva, che dal 2022 non potrà essere più stoccata, per l’esaurimento degli spazi sicuri. 

Una constatazione che aveva fatto ipotizzare il rilascio graduale e controllato nell’Oceano del liquido. Una ipotesi che ha sollevato le reazioni contrarie di molti stati, anche vicini, in primo luogo la Cina. Per questo motivo è stato messo a punto un nuovo programma che prevede di ridurre gradualmente a 100 tonnellate giornaliere la produzione di acqua contaminata. Obiettivo da raggiungere entro il 2025. 

come sono cambiati i consumi energetici in Giappone dopo Fukushima

L’esperienza di Fukushima, con i relativi problemi ambientali connessi alla dismissione del sito, ha portato il Giappone a ridurre fino al 5% la dipendenza da energia nucleare, che nel 2011, prima del disastro, era attestata intorno al 30%. 

Difficile dunque che l’industria nucleare torni ai livelli del passato, quando rappresentava il 20% della fornitura complessiva di energia per tutto il Giappone. Nel frattempo è cambiata anche l’opinione pubblica, spaventata dalle conseguenze del disastro e preoccupata dagli alti costi per mantenere elevati standard di sicurezza, per la quale dopo Fukushima sono stati spesi oltre 45 miliardi di dollari per le altre centrali atomiche. 

C’è però d’altro canto il problema della dipendenza da combustibili fossili, che è cresciuta dopo il disastro nucleare. Il 30% di energia proviene dal carbone, il 43% dal gas. Il Giappone marcia molto lentamente sul terreno delle fonti rinnovabili, nonostante il governo abbia promesso di incrementare il ricorso alle rinnovabili entro il 2030. 

Una promessa che sicuramente cozza contro il progetto di nuove centrali a carbone nel paese del Sol Levante. Fukushima ha però cambiato la cultura energetica e il popolo giapponese ha cominciato ad adottare comportamenti più sostenibili in tema di consumo energetico per uso domestico. Si è registrata una minor domanda di energia, che si è estesa anche alla produzione industriale, ridotta nei consumi del settore manifatturiero nipponico.

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